#2 – La solitudine è una Città sovraffollata

La solitudine è una città sovraffollata: milioni di finestre accese su un proscenio colmo di persone che si urtano, che non si guardano, che non si chiedono scusa, come se non sapessero di far parte della stessa pièce, come se recitassero copioni differenti. Linee parallele infinite che non si incontrano mai.

Si può essere soli ovunque, ma la solitudine che viene dal vivere in una città, circondati da milioni di persone, ha un sapore tutto suo. Una condizione che si potrebbe pensare antitetica alla vita urbana, all’assembramento di altri esseri umani, ma la mera vicinanza fisica non è sufficiente a dissipare quel senso di intimo isolamento. È possibile – persino facile – sentirsi come un guscio vuoto e disabitato pur vivendo a stretto contatto con gli altri. Le città possono essere luoghi solitari, portandoci a riconoscere che la solitudine non richiede necessariamente un isolamento fisico, ma piuttosto un’assenza o scarsità di contatto, vicinanza, famigliarità: un’incapacità, qualunque ne sia la causa, di raggiungere il grado d’intimità desiderato. «Essere infelici» dice il dizionario «per non avere compagnia di alcuno». Non c’è dunque da meravigliarsi che la solitudine abbia la sua apoteosi proprio in mezzo a una folla.

Città soladi Olivia Laing è una lacerazione, un coltello cosparso di sale che si infila in una ferita e affonda la lama nella malattia più oscena della società: la solitudine.

Una pustola purulenta che deve essere schiacciata, eliminata, allontanata dalla vista, perché se non la vedi, se non la nomini, non esiste.

Città solaè una chiave di lettura per una società che sembra essere uno scherzo della natura, così opulenta, così patinata ma allo stesso tempo così depressa, accartocciata su se stessa, terrorizzata da tutto ciò che non sembra essere allineato con l’idea che ha di sé. Un’idra dalle mille teste impazzite.

Città solaè però anche un’ancora di salvezza, una finestra dalla quale osservare vite che potrebbero essere la nostra. Per sentirci un po’ meno soli, magari.

Quando sono arrivata a New York ero a pezzi, per quanto perverso possa sembrare, il mio modo di recuperare una sensazione di interezza non è stato incontrare qualcuno, innamorarmi, ma guardare le cose che gli altri avevano fatto e, grazie questo contatto, lentamente comprendere che la solitudine e il bisogno non equivalgono al fallimento, ma indicano che siamo vivi.

Partendo dal dato autobiografico – il trasferimento a New York, città immensa e sconosciuta, per seguire l’amore, che ironia della sorte sparisce non appena Olivia arriva in città – la Laing sviscera il tema della solitudine attraverso l’osservazione della vita di alcuni dei più emblematici artisti del Novecento: Edward Hopper, Andy Warhol, David Wojnarowicz, Henry Darger; geni affetti tutti dalla stessa «malattia»: la diversità. Il risultato è un’analisi profonda e puntuale del tema «solitudine», affrontato non solo dal punto di vista fisico – l’essere effettivamente solo – ma anche, e soprattutto, dal punto di vista politico – inteso cioè sia come attivismo vero e proprio che come presa di posizione –, linguistico, mentale, artistico.

Come ci si sente quando si è soli? Come quando si è affamati: affamati mentre tutt’intorno gli altri si preparano a un banchetto. Assaliti dalla vergogna dall’ansia, così ci si sente, e a poco a poco questa sensazione sia emana all’esterno, isolando ancora di più chi è solo, estraniandolo sempre di più. In quanto sensazione, fa male, e si riflette nel fisico con conseguenze che si depositano invisibili nei compartimenti stagni del corpo. E avanza, questo soprattutto voglio dire, fredda come ghiaccio e trasparente come vetro, e imprigiona e avviluppa.

Due sono le figure a cui la mia mente non può fare a meno di tornare – seppure siano passati mesi dalla fine di questa lettura –: Andy Warhol e David Wojnarowicz; due volti sfregiati da isolamenti diversi: linguistico l’uno, politico l’altro.

Quando manca il contatto fisico, ciò che ci fa capire di essere ancora vivi, di non esserci dissolti nel niente è la parola. Ma la parola può essere un’arma a doppio taglio, può essere la nostra salvezza o la nostra nemica peggiore.

L’idea che il linguaggio sia un gioco in cui alcuni giocatori sono più dotati di altri si ripercuote sulla relazione controversa tra solitudine e parola. Fallimenti verbali, comunicazioni interrotte, malintesi, incomprensioni, episodi di mutismo, impappinamenti e balbettii, parole dimenticate, battute non colte: tutte queste cose invocano la solitudine, sono un monito dell’imperfezione e della precarietà degli strumenti con cui comunichiamo agli altri la nostra interiorità. Mettono a rischio il nostro posto nella società, relegandoci al ruolo di emarginati, poveri o non partecipanti.

In Warhol, questa condizione è evidente, biologica. 

Andrej Warhola, nasce a Pittsburgh, Pennsylvania, da una famiglia rutena nella quale praticamente nessuno parla inglese – almeno in casa –. Minuto, dalla pelle bianchissima e chiazzata di macchie itteriche, col naso bulboso e la calvizie precoce, non imparerà mai a parlare correttamente la lingua degli americani.

Il suo rapporto con il linguaggio sarà quindi sempre controverso, tanto da riverberarsi, ovviamente, nella sua estetica: padre della serializzazione, le sue opere sono infatti contraddistinte da un mutismo snervante, e la sua arte, da una riproducibilità infinita che ha il preciso intento di svuotare il prodotto artistico da qualunque caratteristica di unicità.

Quasi come se, standardizzando la sua opera, Andrej potesse mettere a tacere quella vocina interiore che lo torturava, che lo umiliava, lo denigrava per la sua diversità, per la sua imperfezione. 

In che altro modo spiegare la costruzione della sua immagine, così strana, così diversa, così appariscente – con quella parrucca attaccata male di proposito e quel trucco quasi da alieno – se non un tentativo disperato di superare questa tremenda solitudine?

Come spiegare altrimenti la sua ossessione per il linguaggio, quei film dai dialoghi sconnessi e quella registrazione lunga ventiquattr’ore di Ondine – assiduo frequentatore della Factory–, riempito di anfetamine per restare sveglio, costretto a condividere con Andy la sua voce e il suo silenzio in modo «parlare così tanto da nauseare te stesso e chi ti circonda; parlare così poco da negare quasi la tua stessa esistenza: la dimostrazione che parlare non significa necessariamente legare». Registrazioni che trascritte daranno vita a POPism, in cui la lettura si fa «disorientate, divertente, sconcertante, alienante, noios[a], esasperante, elettrizzante; un corso accelerato sulla capacità del parlato di unire e isolare, congiungere ed escludere».

E c’è anche l’isolamento politico.

Se si considera che la stigmatizzazione è un processo atto a negare il contatto, a separare e allontanare; se si considera che la sua funzione è quella di disumanizzare e deidividualizzare, riducendo una persona da essere umano a portatore di un attributo o di una caratteristica indesiderata, non sorprende che essa abbia come principale conseguenza la solitudine, a sua volta accelerata dalla vergogna, in un processo che si autoalimenta. Come se non bastasse la tragedia di ammalarsi, di morire lentamente, di sopportare il dolore e l’invalidità, senza dover anche diventare letteralmente un intoccabile, un corpo mostruoso da mettere in quarantena, a debita distanza da coloro che vengono automaticamente considerati normali.

La parola chiave è stigmatizzazione, il male mostruoso l’AIDS e il volto quello di David Wojnarowicz, un uomo dalle labbra cucite in un mondo troppo impegnato a pensare al contagio e non alle vittime. Che cadono come frutta essiccata: senza polpa, senza succo. Ed è questa l’immagine che Zoe Leonard ha deciso di imprimere con la sua opera Strange Fruit, dedicata proprio all’amico David. Scorze di arance essiccate e ricucite insieme, come a voler rimettere a posto i brandelli di quel corpo martoriato dalla malattia ed emarginato dalla società.

Quando si spense all’età di 37 anni, l’East Village – emblema dell’omosessualità newyorkese – si fermò. E c’era un cartello a sventagliare sopra la folla:

DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLEGT.

Quella di Wojnarowicz è una storia segnata, fin dalla nascita, dalla violenza (brutalità). Il padre è violento, e rapisce lui e i suoi fratelli dall’orfanotrofio nel quale erano stati chiusi dopo il divorzio dalla madre. E la violenza non è solo fisica, ma anche e soprattutto psicologica. 

È su questo humus che cresce e fiorisce il giovane David, che presto si avvicinerà a una sessualità «perversa» e «malata», fatta di uomini adulti che adescano ragazzi giovanissimi come lui, per le strade e nelle sale dei cinema di Time Square. E dopo la scoperta della propria omosessualità, la prostituzione.

Una volta diventato famoso, il terrore che qualcuno scopra il suo passato da marchettaro scatena in lui una sorta di mutismo selettivo, un’incapacità di esprimere, di raccontare quello che aveva affrontato nella vita; il terrore e la consapevolezza del giudizio della gente a proposito della sua sessualità. «La mia omosessualità» scriverà «era un cuneo che lentamente mi separava da una società malata».

E anche in questo caso, cos’è l’opera Arthur Rimbaud In New York 1978–1979, se non il tentativo di affrontare e superare i terrori giovanili, di raccontare con le immagini – visto che con le parole gli era impossibile – quello che aveva vissuto, di dare spazio e corpo a quelle persone che erano state escluse o emarginate dalla società?

Sullo sfondo, i luoghi che hanno segnato la sua breve e difficile vita. In primo piano il corpo di amici e amanti, il volto con la maschera di Rimbaud; un Rimbaud – o forse un Wojnarowicz – che si riappropria della città, una città matrigna, che da adulto magari fa meno paura.

Alla fine di questo viaggio, straziante ma allo stesso tempo catartico, la Laing ci lancia un’àncora di salvezza, a cui aggrapparci strenuamente: 

La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci, e non bisogna provare vergogna, basta ricordarsi che la ricerca della felicità individuale non travalica e non ci esime dai nostri obblighi reciproci. Siamo tutti sulla stessa barca, e accumuliamo cicatrici in questo mondo di oggetti, questo paradiso materiale e temporaneo che troppo spesso assume il volto dell’inferno. Ciò che conta è la gentilezza; ciò che conta è la solidarietà. Ciò che conta essere vigili e sempre aperti, perché se abbiamo imparato qualcosa da chi ci ha preceduti, è che il tempo dei sentimenti non dura per sempre. 

Per dirla come un ex Beach Boys, Loneliness is a very special place.

Wish-List #2

Città sola – Olivia Laing, edito da Il Saggiatore.

POP – Andy Warhol racconta gli anni Sessanta – Andy Warhol, edito da Meridiano Zero.

Close to the Knives: A Memoir of Disintegration – David Wojnarowicz, edito da Vintage Books.


Se l’illustrazione vi è piaciuta e siete curiosi di scoprire il lavoro di Chiara, vi rimando al suo blog.

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